MA DA BO?!? Ragazzini multati, l'Italia certifica l' addio al campetto
Murano - Tutta la Storia del come e del perchè sono stati multati dei ragazzini per aver giocato in un campetto comunale e la PROVOCAZIONE BYMANSO che non risparmia nessuno!!!

PER "MA DA BO" BYMANSO - Il "Pericolo Pallone" e l'Elogio della noia: Ragazzini multati, l'Italia dice addio al campetto ⚽️
Caro cittadino, se per caso ti fosse venuta in mente l'audace idea di far crescere i tuoi figli con un'attività tanto vetusta quanto deleteria come... il gioco all'aperto, sappi che hai commesso un errore imperdonabile. E i quattordici ragazzi di Murano multati per una partita a calcio ne sono l'ennesima, tragicomica prova.
La vicenda è di una semplicità disarmante, che sfiora la poesia distopica: un gruppo di ragazzini, anziché dedicarsi a sacrosanti passatempi moderni come il binge-watching di TikTok, ha osato interfacciarsi con un oggetto sferico e, orrore, con lo spazio pubblico. MA DA BO?!?! Le forze dell'ordine, allertate da non meglio precisate "molestie" (immagino urla di gioia, forse un rigore contestato, chissà), sono intervenute per ristabilire l'ordine cosmico, trasformando il campo in un teatro del crimine calcistico e appioppando una bella sanzione alle famiglie (una cinquantina di euro).
L'unica protesta ammessa: quella "Civica"
Ma il vero colpo di genio è venuto dalla loro docente. In un lampo di acuta pedagogia, ha trasformato la legittima protesta dei ragazzi in un esercizio di Educazione Civica. Sì, perché l'unica protesta accettabile in Italia è quella istituzionalizzata, incanalata in una letterina formale. La loro domanda, «Col telefono no, col pallone no. Come dobbiamo crescere?», è la perfetta sintesi del dramma della nostra gioventù.
Ma andiamo al nocciolo della questione, al Dettaglio Legale che trasforma l'ingenuità in colpa conclamata. I ragazzi non giocavano sul Ponte di Rialto. Stavano in un'area definita variamente come "campo" o "piazzetta adiacente" ovvero il Campo Pino Signoretto a Murano (Venezia). Un'area che, a occhio e croce, sembrerebbe nata proprio per la socialità.
Qui entra in campo (è il caso di dirlo) il Regolamento di Polizia e Sicurezza Urbana del Comune di Venezia. Non sono stati multati per il solo rumore, ma per motivi anagrafici e burocratici:
-
Il Regolamento proibisce il gioco con la palla se può arrecare "pericolo o molestia", e limita tale pratica ai bambini fino agli 11 anni in zone e orari specifici.
-
I nostri quattordici eroi avevano tra i 12 e i 13 anni.
-
L'area specifica dove giocavano, sebbene un campo, non risulta nell'elenco ufficiale delle "Aree Gioco Autorizzate" dalla delibera comunale.
MA DA BO!?! Erano troppo vecchi per giocare in un posto sbagliato. Il loro corpo in movimento, una volta superato l'undicesimo compleanno, è considerato una potenziale infrazione se non incanalato in un circuito a pagamento. Il messaggio è cristallino: "Se non paghi, stai fermo, o verrai sanzionato". Il gioco non è un diritto, è una concessione che scade al dodicesimo anno e viene revocata se il campo che usi non ha la targa omologata dal Dirigente comunale E MENO MALE CHE NON HAN DATO L'ETA' ANCHE AL PALLONE.... fi sa rid!
Il dogma della privatizzazione: dal bagnasciuga al campetto 🏖️
E il paradosso non si ferma a Venezia. È un modus operandi nazionale.
Viviamo in un Paese dove, per accedere a un metro quadro di sabbia, devi prima passare sotto il giogo di un bagno balneare. Se vuoi goderti il mare, devi pagare. E il gioco non può fare eccezione a questa illuminata logica.
Assistiamo alla proliferazione di campi comunali e non, dati in gestione a società che, legittimamente, ne fanno una fonte di reddito affittando gli spazi a ore. Perfetto per la logica del mercato, un po' meno per la famiglia media e terribile per la spontaneità.
Se in Italia si lotta (invano) per un rapporto decente tra chilometri di spiaggia libera e chilometri di concessioni balneari, è giunto il momento di alzare l'asticella della civiltà (o della provocazione, scegliete voi) anche per la terraferma.
Lancio la provocazione: il rapporto tra campi comunali a pagamento e aree libere, realmente libere, senza zolle maledette, erbacce e divieti assortiti, deve diventare una questione di principio civico!
Dobbiamo imporre per legge che per ogni campo affittato a tariffa oraria, ci sia almeno un'area dove il massimo che i ragazzi rischiano è un ginocchio sbucciato, non una multa salata! La libertà di fare un liscio o segnare un gol deve essere garantita senza dover esibire uno scontrino o un documento d'identità per provare di non essere troppo vecchi. I Comuni che cedono i Centri Sportivi alle Società con regolari Bandi che diventano sempre più dispendiosi per le Società, potrebbero far in modo che le stesse società garantiscano aree libere dove poter giocare a calcio senza l'uso delle strutture o comunque garantire un campetto in certe ore della settimana rifondendo le Società stesse dei costi che anche una zona libera impegna. E qui ci sarebbe da aprire anche il capitolo dei Comuni, che se una volta aiutavano le Società, ora son diventati delle vere e proprie sanguisughe che cercano di approfittare anche del sociale per incamerare soldi.
Morale della fola, diciamocelo, il gioco libero è pericoloso. Non produce PIL, non crea abbonamenti, non insegna l'obbedienza alle tariffe orarie. Insegna a inventare, a scontrarsi (con gli altri e con lo spazio), a crescere per errore, senza il coaching pagato.
E la lettera di quei ragazzi, trasformata in un tema, non è una protesta: è, se ce ne era bisogno, la certificazion edell' avvenuta morte del gioco libero in Italia, firmato in calce dal Regolamento di Polizia Urbana, Art. 41 (più o meno).
Scritto da manso il 29/09/2025

