MA DA BO?!? REGOLA DEL GIOVANE E LEGGE DELLO SPORT, QUALE IMPATTO?
Il Calcio Dilettantistico Emiliano-Romagnolo al Bivio: Merito, Mercato e la Svolta che Ridisegna il Futuro - Un' analisi che mette a confronto le due tesi (pro e contro) sulla regola del giovane e che tocca e ritocca anche l'impatto della nuova Legge dello Sport dopo due anni dall'entrata in vigore.

Il Calcio Dilettantistico Emiliano-Romagnolo al Bivio: Merito, Mercato e la Svolta che Ridisegna il Futuro
BYMANSO. I campi da gioco regionali non sono solo teatri di sfide sportive, ma anche crocevia di un dibattito acceso sul futuro del calcio dilettantistico. Le recenti scosse, dalla Riforma dello Sport e i suoi contratti formali alla drastica abolizione dell'obbligo del giovane in campo (norma che ha interessato non solo l'Eccellenza, ma anche Promozione e Prima Categoria), hanno riscritto le regole del gioco. Se per alcuni queste novità rappresentano un rischio per la "purezza" del calcio di base e la valorizzazione dei vivai, per altri sono invece un necessario ritorno al merito e alle logiche di mercato, un passo avanti verso una meritocrazia che premia i migliori e rispecchia la realtà economica dello sport.
L'Obbligo del Giovane: Protezione o Gabbia Dorata?
Per anni, la regola dell'obbligo di schierare giovani "fuori quota" è stata una colonna portante del calcio dilettantistico. La visione più diffusa, spesso veicolata dai media, sosteneva fosse un baluardo per la crescita dei vivai, garantendo spazio ai talenti emergenti e incentivando i club a investire nel proprio settore giovanile. L'abolizione di questa regola, per molti, ha significato il rischio di vedere i giovani relegati in panchina, sacrificati in favore di giocatori più esperti, con la conseguenza di un possibile abbandono sportivo.
Tuttavia, esiste una prospettiva radicalmente diversa, e non meno fondata, che smonta questa narrazione. "Il calcio non si è mai fermato nei 100 anni in cui non c'era l'obbligo del giovane", affermano alcuni osservatori e addetti ai lavori. Questa visione sostiene che l'obbligo abbia creato una vera e propria "piramide rovesciata": i giovani, pur magari non ancora pronti o meritevoli, venivano "catapultati" in categorie superiori per una pura esigenza numerica. Il risultato? Molti di loro si trovavano a giocare a certi livelli non per merito acquisito sul campo, ma per una "licenza d'età". Quando poi, superato il limite d'età, dovevano competere alla pari con i "senior", si ritrovavano spesso costretti a scendere di molte categorie, vivendo una profonda delusione che in troppi casi li portava ad abbandonare definitivamente il calcio.
Inoltre, la pratica diffusa di "nascondere" i giovani in ruoli dove gli errori erano meno penalizzanti, come portieri o esterni alti con compiti principalmente di corsa, avrebbe depauperato il valore tecnico di questi ruoli. Calciatori bravi, magari specialisti nel loro ruolo, venivano sacrificati per far spazio a un giovane "obbligato", costringendoli a scendere di categoria pur di continuare a giocare. Questa prospettiva celebra il merito come unica via per scalare le categorie, sostenendo che solo la competizione aperta garantisca la vera crescita e selezione dei talenti.
La Riforma del Lavoro: Ordine Controllato o Limite Illusorio?
L'introduzione dei contratti Co.Co.Co. ha formalizzato il rapporto tra calciatore e società, portando il dilettantismo verso una maggiore professionalizzazione. La visione critica iniziale ha messo in luce l'aumento dei costi per i club e il rischio di nuove zone d'ombra.
Ma c'è chi vede in questa riforma un'occasione per fare chiarezza, eliminando le ambiguità dei "rimborsi spese" informali. La formalizzazione dei contratti costringe le società a una maggiore trasparenza finanziaria e a una gestione più rigorosa. Se è vero che i costi aumentano, è altrettanto vero che si stabilisce un rapporto più chiaro e tutelato tra le parti. Per molti, questa non è una "limitazione", ma un passo verso un calcio più etico e professionale, dove le garanzie per i giocatori sono finalmente nero su bianco.
Le Società: Capitalismo Sportivo o Idealismo Fuori Luogo?
Il dibattito si infiamma ulteriormente quando si parla delle disparità economiche tra i club. La visione critica tende a denunciare i "falsi dilettanti" con budget elevati come una distorsione della competizione. Tuttavia, una prospettiva alternativa e pragmatico sottolinea un concetto fondamentale: "le società sono più forti o meno forti anche proprio in base alle proprie possibilità economiche e di bacino di utenza, proprio come avviene nei professionisti."
Questa visione rifiuta l'idea di un calcio "comunista", dove tutte le squadre dovrebbero competere con risorse simili. Al contrario, essa abbraccia la realtà che alla base di questo sport ci sono le forze economiche che fanno la differenza. Club con un'imprenditoria locale solida, con una base di tifosi più ampia o con una tradizione consolidata di investimenti, sono naturalmente avvantaggiati. Questo è il motore del "mercato" anche a livello dilettantistico: la capacità di attrarre i migliori giocatori, di garantire strutture migliori, di investire in staff qualificati.
Per questa corrente di pensiero, tentare di livellare le differenze economiche sarebbe non solo utopistico, ma controproducente. La competizione, anche economica, spinge all'eccellenza, stimola l'innovazione nella gestione e premia chi è più capace di reperire risorse. È una dinamica naturale che, sebbene possa creare dislivelli, è intrinseca al sistema sportivo basato sulla competizione e sulla ricerca del successo, anche tramite investimenti.
Il Dato che Scompiglia le Carte: Il Calcio Emiliano-Romagnolo Cresce Contro Ogni Previsione
Un elemento che scompiglia notevolmente le carte in tavola, e che va contro le previsioni più pessimistiche, è il dato relativo al numero delle società. Molti analisti e addetti ai lavori avevano pronosticato che la Riforma dello Sport, con i suoi maggiori oneri burocratici ed economici, e l'abolizione dell'obbligo del giovane avrebbero portato a una drastica diminuzione delle squadre dilettantistiche, con ritiri o fusioni forzate. Il calcio, si diceva, sarebbe "morto".
Eppure, la realtà, almeno in questi ultimi due anni dalla piena operatività della Riforma, racconta un'altra storia. Sebbene sia fisiologico assistere a qualche ritiro o fusione – dinamiche da sempre presenti nel mondo del calcio dilettantistico – il computo totale delle società attive in Emilia Romagna, non è calato, ma ha registrato un incremento. Questo fatto è dirompente. Se le previsioni catastrofiche non si sono avverate, significa che il sistema ha dimostrato una resilienza inattesa e che le scelte sono state azzeccate.
Questo incremento numerico in Emilia Romagna, è una prova concreta che, almeno per ora, la bilancia pende a favore di chi sostiene che l'abolizione dell'obbligo del giovane e la Riforma dello Sport non abbiano fatto altro che agire come un catalizzatore di pulizia e verità all'interno del sistema calcio regionale. Le società che hanno saputo (o potuto) adeguarsi alle nuove regole e abbracciare una logica di meritocrazia e sostenibilità economica stanno consolidandosi. Il calcio dilettantistico in Emilia-Romagna, lungi dall'essere moribondo, sembra stia trovando un nuovo e più solido equilibrio, basato su regole chiare e sulla forza delle proprie risorse, confermando la sua inesauribile vitalità.
Scritto da manso il 16/07/2025


