CHAMPIONS, LA RIVOLUZIONE DEGLI SPONSOR TECNICI

Estratto dell’articolo di Antonio Cefalù per “la Repubblica”
Non serve la macchina del tempo, ma giusto un minimo di memoria. Adidas e Nike, dieci anni fa esatti, sponsorizzavano 28 delle 32 squadre più forti d’Europa, quelle della Champions League. Oggi è cambiato tutto.
Nella Champions che inizia Nike e Adidas sono passate dal vestire oltre l’87% dei club a doversi accontentare del 50%, mettendo il proprio logo sulle maglie di otto squadre a testa.
Una piccola rivoluzione, un allargamento degli orizzonti. Quest’anno, accanto ai soliti due colossi, avremo 7 marche: le tedesche Puma e Jako, le britanniche Castore e Umbro, l’italiana Macron, la statunitense New Balance, la giapponese Mizuno (per la Lazio). Infine c’è il caso particolare di EA7, la marca sportiva di Armani, che progetta la divisa del Napoli ma non la produce. Fra le italiane solo l’Inter è rimasta fedele alla Nike, mentre il Milan ha sostituito Adidas con Puma nel 2018.
Il secondo scossone nel mercato arriva dai club, «che hanno scelto di lavorare con marchi più piccoli, anche a costo di sacrificare un po’ di soldi, perché così possono ricevere migliori servizi», continua Fort. «Quando firmi con questi colossi, infatti, ti aspetti grandi cose, che le tue maglie finiscano negli scaffali in Cina o in Australia. Ma poi non succede per tutti».
Nike e Adidas, infatti, dividono le proprie squadre fra Élite, Premium e Standard. La differenza fra i vari livelli di importanza non è solo nel valore del contratto, ma anche nelle attenzioni offerte alle singole società.
Un club élite ha una squadra dedicata per il disegno di maglie uniche e speciali, con la possibilità di sfornarne nuove edizioni anche in mezzo alla stagione, oltre a promozione e distribuzione globali. Più si scende nella piramide, meno flessibilità c’è, fino ad arrivare a club con maglie “standard”
Scritto da manso il 19/09/2023

